Adottare le logiche di marketing dell’e-commerce nel retail tradizionale. Si può?

Tecniche ecommerce per il retail tradizionaleSecondo la ricerca dell’Osservatorio e-Commerce B2c -Netcomm del Politecnico di Milano, l’e-commerce in Italia è in grande crescita: +33%, 12 milioni di Italiani, per quasi  11 mld di Euro, anche se non presenta ancora il peso che ha in altri paesi (in UK 60 miliardi, 6 volte di più rispetto all’Italia). Per un quadro di sintesi,  consigliamo questa intervista de Linkiesta a Roberto Liscia, presidente di Netcomm.

D’altro lato, la funzione del retail tradizionale, e quindi del punto vendita è, e rimane, imprescindibile, a partire dal fatto che consente al consumatore un’esperienza più completa (servizio, assortimento, contatto…).

Non vogliamo qui confrontare le due formule distributive. Ci chiediamo invece, visto il crescente successo dell’e-commerce, se e in che modo le leve tipiche del commercio elettronico possano essere adottate anche dal retail tradizionale.  In altri termini, è possibile per i retailer adottare le tecniche di ingaggio tipiche dell’e-commerce avendo come obiettivo di “call-to-action” quello di portare l’utente sul punto vendita (invece dell’acquisto on line come nel caso dell’e-commerce)?

Semplificando, i presupposti di base sono:

  • Il retail tradizionale è maestro nello stimolare l’acquisto sul punto vendita, ma, prima, deve portarci il consumatore facendo comunicazione (il che avviene tipicamente attraverso media tradizionali, volantini ecc..)
  • l’e-commerce sa stimolare l’impulso all’acquisto a distanza, facendo leva  sulla capacità di ingaggiare il consumatore con messaggi mirati, fino a livello one-to-one (il che avviene tipicamente attraverso digital advertising – es. con il SEM o il remarketing – e attraverso l’email marketing)

L’ipotesi è che, adottando le tecniche di ingaggio one-to-one dell’e-commerce, il retailer potrebbe essere in grado di aumentare sia la propria capacità di portare il consumatore sul punto vendita che la propria efficienza nella comunicazione.

Come funziona l’e-commerce

Tipicamente, un retailer e-commerce evoluto, oltre al resto, fa leva in particolare su:

  1.  Profilazione dinamica dell’utente – ottenuta osservando il suo comportamento d’acquisto nel tempo e/o incentivandolo a “coltivare” una lista dei desideri.
  2. Ingaggio personalizzato sulla base del profilo – inviando email, su base periodica o al verificarsi di particolari eventi (trigger, v. articolo su email e wish-list), i cui contenuti siano congrui con i gusti/interessi dell’utente.
  3. Callto-action – è l’invito a compiere un’azione cliccando sul messaggio: accedere a un’offerta, registrarsi per ottenere dei vantaggi, acquistare un prodotto…

Grazie alla combinazione di questi tre elementi, l’utente percepisce la comunicazione del sito di e-commerce come un servizio, e non come un’antipatica invasione della propria privacy. Il contenuto del messaggio, infatti, non è generalizzato, ma quanto più possibile attinente alle sue esigenze, gusti, desideri. Determinando così nel consumatore una più elevata propensione ad esercitare l’azione suggerita dalla call-to-action.

Cosa può fare il Retailer

Un retailer tradizionale, un’insegna, possiede in teoria  tutti gli elementi per replicare la strategia del suo omologo e-commerce:

  1. Profilazione dinamica – la fidelity card, o comunque i programmi di fidelizzazione, qualora il consumatore abbia dato il suo consenso, sono una fonte di dati perfetta. Raramente però queste informazioni vengono utilizzate per comunicare direttamente al consumatore offerte o promozioni “tagliate su misura” per lui.
  2. Ingaggio personalizzato – la normale attività del retailer include già un ampio numero di contenuti potenzialmente adatti ad essere oggetto di comunicazioni mirate: le offerte sui prodotti già presenti sul volantino, quelle già riferite ai soli possessori della fidelity, fino alla possibilità di creare offerte ad hoc, anche in accordo con le Marche. Inoltre, e questo vale in particolar modo per le catene, la presenza di punti vendita dislocati sul territorio consente di mirare il messaggio in base alla geolocalizzazione.
  3. Call to Action – se l’obiettivo finale è portare il consumatore sul punto di vendita, la call-to-action inclusa del messaggio può anche essere costituita dalla semplice comunicazione di un’offerta. Ma così facendo si perde la possibilità di misurare la redemption. E’ meglio allora “fisicizzare” l’offerta offrendo uno o più coupon da stampare e redimere sul punto vendita. La piattaforma Buonmercato di Kiwari consente di creare il coupon site, un’area da includere nel proprio sito per visualizzare e stampare buoni sconto. In un caso come questo la call-to-action potrebbe mirare a una o più aree del coupon site.

Un possibile flusso

Correlare i tre elementi implica naturalmente una decisione di valenza strategica. Oltre alla modalità di comunicazione, infatti, vanno fatte scelte in termini di pianificazione e di tecnologia.

Se il mezzo di comunicazione scelto fosse l’email marketing, un possibile flusso potrebbe essere il seguente.

  1. Fissare gli obiettivi – Possono essere anche più di uno, per esempio:
    • Aumentare la frequenza di spesa
    • Aumentare lo scontrino medio
    • Valorizzare partnership con le marche (così come si fa ad esempio con gli spazi extra scaffale)
    • Promuovere una categoria
    • Lanciare un nuovo punto vendita
  1. Creare un workflow per generare smart list – Vanno individuati i criteri che definiscono quali sono le liste cui inviare i messaggi e quali utenti vanno inseriti in ciascuna lista. Farlo manualmente sarebbe estremamente dispendioso e per questo sono utili tecnologie come quella offerta da Kiwari direct che consente la generazione di Smart List. Si tratta, in sintesi, della possibilità di definire i criteri per cui gli utenti che presentano specifici attributi nel proprio profilo vengono automaticamente inseriti in una lista. Ad ogni lista (v. punto 3) sarà associato dinamicamente un messaggio diverso. L’utilità della smart list deriva anche dal fatto gli attributi di profilazione che ci interessano possono cambiare in assoluto o in funzione del periodo dell’anno in cui stiamo pianificando la campagna:  il fatto che l’utente acquisti o meno una certa categoria di prodotti, che in quel periodo compia gli anni, che abiti in un certo bacino d’utenza o frequenti un certo punto vendita… Le smart list verranno create automaticamente in funzione di come variano gli attributi degli utenti.
  2. Associare i contenuti alle smart list – Per ogni smart list (che possono essere anche in numero elevato) vanno create le email da inviare e quindi i contenuti. Anche qui il contenuto (testi, immagini e call to action) può essere associato dinamicamente in base a criteri pianificati in modo da personalizzare al massimo il messaggio che giunge al consumatore finale. Per esempio, se l’obiettivo è aumentare lo scontrino medio, a tutti coloro che hanno uno scontrino medio inferiore a x€ e comprano soprattutto cibo confezionato si invia un’email che offre uno o più buoni sconto relativi al confezionato, a coloro che comprano soprattutto cibo surgelato arriverà un’email che offre buoni relativi al surgelato e così via.
  3. Monitorare la redemption – E’ evidente che monitorare le performance delle email e la redemption (o come minimo la stampa) dei buoni offre informazioni preziose. Meno evidente è che tali dati possono anche essere anche trasferiti nel CRM contribuendo così a modificare dinamicamente i profili e, di conseguenza, la costruzione delle successive smart list.

Conclusioni

Come si sottolineava più sopra, adottare queste logiche di marketing ha un impatto strategico e non è di immediata implementazione. Peraltro, l’adozione di  tecnologie, come quella che offre Kiwari, aiuta sicuramente non solo a velocizzare il processo di adozione, ma anche a gestirne in maniera efficiente l’operatività.

I casi d’uso possono essere moltissimi ed estremamente differenziati. Qualcuno ha idee o esperienze da condividere, che confermino o sementiscano queste tesi? A voi i commenti.

Sul web impazza la voglia di buoni sconto. Possono soddisfarla i coupon digitali?

Pazzi per la spesa, il programma Tv USA dedicato al couponing e trasmesso su Realtime da qualche mese, sta generando grande subbuglio sul web.

Forum (es. quello di  alfemminile) e siti specializzati (come ioleggoletichetta che ha addirittura lanciato una petizione) nonché pagine facebook di vari brand (es. i “post recenti di altri utenti” sulla pagina di Barilla) ospitano concitati appelli di fan e consumatori che chiedono di avere anche in Italia la possibilità di redimere coupon cumulabili per ottenere gli stessi risparmi “monstre” dei protagonisti del reality USA.

Andrea Meneghini, esperto di category management e firma di Gdo news, ha rilasciato qualche tempo fa un’intervista su Yahoo Finance, in cui spiega le differenze culturali e strutturali che non hanno consentito fino ad ora di replicare in Italia le pratiche di “extreme couponing” così affermate negli USA.

Riporto qui solo la sua conclusione che, peraltro, mi pare molto interessante:

Il coupon per l’industria non è altro che lo sconto contrattuale con redemption bassa e quindi non costa quanto un canvas. Se non viene fatta è perché uno non ci crede. C’è una maturità di proposta, e di ricezione del mercato, all’estero, che qui non abbiamo

Quindi, l’Industria vive il coupon come un’alternativa agli sconti periodici (canvas) concordati con la Gdo.  Si tratta però di un’alternativa solo in apparenza: sebbene meno costosa, in quanto la redemption è più bassa, difficilmente viene perseguita poiché si tratterebbe in realtà di aggiungere un’ulteriore promozione a quelle già concordate contrattualmente con la Gdo, con il conseguente abbattimento del prezzo medio.

Una conferma a questa ipotesi viene indirettamente da una risposta che dà Barilla a un fan sulla propria pagina Facebook:

In Italia, in generale i coupon non sono molto diffusi, ma a volte buoni sconto sono emessi in collegamento con altre promozioni o lanci di nuovi prodotti. Per dare un vantaggio più immediato ai consumatori preferiamo concentrare l’attività promozionale direttamente a scaffale, sul punto vendita.”

Dunque, l’Industria considera il coupon come uno strumento per abbattere il prezzo mentre invece, a mio parere, dovrebbe essere considerato uno strumento di promozione. Per promuovere cosa?

  •  un brand, una referenza o una linea di prodotti che sono stati lanciati da poco, o che hanno bisogno di essere rivitalizzati.
  •  un’iniziativa di marketing, digitale o non digitale, per generare lead o nuovi acquirenti o per fidelizzare i già acquirenti.

In che modo i coupon digitali possono costituire un vantaggio?

I coupon tradizionali (cartacei) sono difficili e costosi da distribuire: bisogna acquistare spazi sulle riviste oppure pagare i costi di spedizione e, inoltre, stampa e distribuzione si pagano su tutti i buoni sconto emessi e non solo su quelli effettivamente redenti. Quindi per ottenere una redemption significativa bisogna

  • Stampare molti buoni, inficiando così il tasso di redemption
  • Spendere molto per la veicolazione (per fare in modo che più potenziali acquirenti entrino “fisicamente” in contatto con i buoni), inficiando così il ROI della campagna
  • Pianificare con largo anticipo (tra creatività, stampa e consegna dai 30 ai 90 giorni) inficiando così il “time to market”

Cosa succede invece se li veicoliamo digitalmente?

Kiwar: coupon digital vs coupon tradizionaliL’infografica di Kiwari qui riportata mi pare lo spieghi bene:

  • I buoni non vengono stampati da chi li emette ma da chi li utilizza, e quindi solo, presumibilmente, da chi è interessato ad utilizzarli (migliora il tasso di redemption)
  • La veicolazione avviene attraverso email, pagina facebook, sito internet… (riducendo sensibilmente i costi di consegna e quindi migliorando il ROI)
  • La progettazione e la realizzazione della campagna può avvenire praticamente in tempo reale, o perlomeno con pochi giorni di preavviso, massimizzandone così la flessibilità e, quindi, il “time to market”

In conclusione, i coupon digitali, essendo più efficienti, possono certamente recare vantaggi per tutta la filiera, Industria-Retailer-Consumatore. Da qui a dire che allora anche in Italia il modello “Pazzi per la spesa” sia applicabile è probabilmente prematuro. Sia per motivi culturali che strutturali, come rileva Meneghini, sia per ragioni di opportunità, laddove, soprattutto, i Brand siano molto affermati ed abbiano quindi un valore intangibile molto elevato.

Inviare email personalizzate basate sulle wish-list. Un modo per aumentare ingaggio e conversioni

Wish list e email marketingLe wish-list sono uno strumento molto potente per consolidare il traffico del sito, incoraggiare l’ingaggio degli utenti e aumentare i ricavi. Inoltre, forse ancora più importante, consentono di raccogliere informazioni sui clienti/utenti che possono rivelarsi utilissime per l’invio di messaggi sempre più rilevanti.

Molti retailer offrono questa funzionalità ai propri utenti e la promuovono via email, ma pochissimi ancora utilizzano i dati che di fatto i clienti forniscono con le loro scelte per inviare email altamente “targettizzate” e, quindi, suscettibili di alti tassi di apertura e di conversione.

Di seguito proponiamo alcuni esempi di campagne in grado di utilizzare al meglio i dati mutuati dalle wish list. La costruzione di tali campagne presuppone naturalmente strumenti di email marketing adeguati a gestire liste mobili e contenuti dinamici in modo da minimizzare l’effort del marketing.

  • Creare campagne personalizzate che includano raccomandazioni basate sugli articoli che l’utente ha aggiunto alla propria wish list. Per esempio, la presenza di promozioni, la possibilità di acquistare prodotti correlati, la segnalazione di “chi ha visto/comprato questo ha visto/comprato anche…”
  • Inviare messaggi per informare che il prodotto in wish-list, momentaneamente fuori stock, è tornato disponibile
  • Al contrario, segnalare che il prodotto in wish-list sta per andare fuori stock
  • Inviare notifiche, anche dopo molto tempo, che il prodotto incluso nella wish-list beneficia di uno sconto o è in saldo.
  • Per incentivare coloro che da tempo non acquistano, se le caratteristiche del proprio settore lo consentono, ci si può perfino a spingere  a creare una promozione ad hoc su uno degli articolo inclusi nella wish-list
  • Invitare l’utente, in prossimità di una ricorrenza festiva generale o di una personale (il compleanno…) a condividere la propria wish-list con parenti e amici. L’invito può essere ulteriormente incentivato includendo un coupon che parenti e amici possono utilizzare per propri acquisti. In aggiunta o in alternativa, il coupon può essere concesso all’utente stesso come premio per ogni condivisione della propria wish-list
  • In ogni caso, le preferenze espresse nella wish-list, possono anche essere utilizzate per personalizzare dinamicamente una campagna promozionale standard, evidenziando per esempio il prodotto “desiderato” come strillo principale della email (se, naturalmente, è un prodotto incluso tra quelli che si vogliono promuovere)

Le informazioni che possono essere rilevate dall’utilizzo delle wish-list sono in effetti moltissime e altrettanti i modi con cui sfruttarle al meglio per l’email marketing. Peraltro, l’invio di messaggi così personalizzati costituisce sicuramente un modo per generare alti livelli di ingaggio (aperture, traffico ecc) e di conversione (vendite).

Vale dunque la pena di attivare questo tipo di iniziativa? E in quali casi secondo voi?

Email marketing: perché gestire le disiscrizioni con stile è un’opportunità

unsubscribe: le disiscrizioni dalle email possono essere un'opportunitàLe disiscrizioni sono spesso viste come un male necessario. Ogni email inviata infatti contiene un link per la disiscrizione non solo perché gli utenti lo vogliono ma, soprattutto, perché lo impone la legge.

Tanto vale allora trarne il massimo vantaggio possibile, o, quanto meno, ridurne i danni.

Al di là delle leggi e dei regolamenti, ci sono due buone ragioni per assecondare la pratica della disiscrizione:

  1. Quando un utente non riesce a disiscriversi facilmente, è portato a marcare l’email come spam, con un evidente impatto negativo sul tasso di consegna.
  2. Quando l’utente decide di non ricevere più le nostre email, è meglio lasciarlo con una buona percezione del nostro brand. Un cliente perso ora potrebbe essere riacquisito in futuro, se l’abbiamo trattato bene.

Tenendo in mente queste due ragioni, i seguenti suggerimenti possono essere utili indicazioni operative, o, quanto meno, un riferimento con cui confrontarsi.

Evidenziare bene il link

Può sembrare ovvio, ma non è sempre così. Anzi, spesso il link esiste, ma è difficile da individuare, annegato in un lungo testo o dalla grafica. E questo viene fatto spesso a ragion a veduta, con l’idea che, così facendo, si possono limitare le disiscrizioni. E invece non si fa altro che incentivare l’utente a premere il pulsante “spam”.

Il link deve stare dove tutti se lo aspettano, in fondo all’email, evidenziato in un testo chiaro e facilmente comprensibile.

Meglio quindi evitare frasi con verbi ambigui come “gestire”, “modificare”, “eliminare”. E’ preferibile invece utilizzare frasi brevi ma chiarissime come “Per disiscriverti clicca qui” o, ancora meglio, “non voglio più ricevere queste email”.

Rendere semplice il processo

Una volta che il link è stato reso individuabile, bisogna rendere altrettanto semplice il processo. Quando l’utente clicca sul link, la cosa migliore è mandarlo direttamente sulla pagina definitiva, evitando di farlo prima loggare, o di suggerirgli troppe opzioni. Al limite gli si può chiedere conferma dell’indirizzo email da disiscrivere.

Dare all’utente un’altra chance

Questo non significa rinunciare subito e definitivamente all’utente. Forse non gli interessava quell’argomento oppure la frequenza di invio era troppo elevata. Allora, sempre dopo averlo fatto disisicrivere, si può farlo atterrare in un’altra pagina dove offrirgli altre opzioni di sottoscrizione oppure… di uscire definitivamente.

Si può anche inviare un’email di conferma della disiscrizione ringraziandolo per essere stato un sottoscrittore della newsletter. E, magari, proponendogli qui di re-iscriversi qualora cambiasse idea.

Lasciare l’utente con un buon “feeling”

Questa è l’ultima occasione in cui l’utente viene a contatto con il brand, e bisogna lasciargli un buon ricordo, poche parole cortesi  e mai affettate o al contrario troppo contrite.

Sia nella landing page che nell’eventuale email di conferma la grafica e i testi devono essere curati. Non è detto che poiché l’utente ci sta lasciando debba necessariamente boicottarci! Trattarlo bene e con simpatia potrebbe essere un buon modo per farlo tornare, prima o poi, sui suoi passi e, comunque, di lasciargli un buon ricordo di noi.

Ridurre l’impulso alla disiscrizione

Come in tutte le attività, la miglior cura è la prevenzione. Ridurre il tasso di disiscrizione significa mettersi nelle condizioni di gestire proattivamente e soddisfare le esigenze degli utenti quando si registrano:

  • Essere chiari sin dall’inizio su che tipo di email/newsletter riceverà
  • Spedire una email di benvenuto per sottolineare ulteriormente cosa l’utente deve aspettarsi
  • Spedire email rilevanti rispetto alle aspettative e nei tempi e con la frequenza coerenti con quanto dichiarato inizialmente.
  • Il massimo, se possibile, è di consentire all’utente di configurare lui stesso le proprie preferenze, per esempio la frequenza di invio e/o il tipo di contenuto

Sarebbe interessante condividere altre modalità di gestione di questa fase del ciclo di vita dell’utente. Scrivete la vostra esperienza qui nei commenti.

Generare Lead: integrazione dell’Email Marketing in Google AdWords

Da diversi mesi e, per ora solo negli USA e in Canada, Google sta testando una nuova formula di advertising che consentirà agli inserzionisti di AdWords di integrare campagne di lead generation all’interno degli annunci Google. Direttamente dall’annuncio nella SERP, infatti, l’utente di Google potrà sottoscrivere una newsletter lasciando il proprio indirizzo email o ricevere specifici coupon e offerte speciali.

La nuova funzionalità è denominata “Communication Extension” di cui riporto una breve presentazione in fondo a questo post.

E’ stata rilasciata in sordina da Google più di anno fa a un numero limitatissimo di inserzionisti americani, ma da qualche mese, sebbene solo in USA, tutti possono richiedere a Google di partecipare al test.

Communication Extension è un modo per raccogliere informazioni da un utente senza che questi debba necessariamente cliccare sul link dell’annuncio e atterrare così su una landing page, ma consentendogli di inserirli direttamente nella SERP. Ecco un esempio:

I dati possono essere richiesti/inseriti in diversi modi:

  • Richiesta di una Call Back – Questa modalità consente all’utente di inserire il proprio numero di telefono per ricevere una telefonata dall’inserzionista
  • Richiesta di un’Email – Come per la call back, all’utente viene richiesto di scrivere il proprio indirizzo email per essere ricontattato.
  • Sottoscrizione di una Newsletter – In questo caso, l’utente lascia il proprio indirizzo email per iscriversi a una Newsletter, senza la necessità di andare su landing page e compilare il modulo.

Il vantaggio sembra piuttosto evidente: poiché il servizio è free (ma fino a quando?!?) , l’acquisizione  di un indirizzo email o di un numero di telefono “valgono” come un click through che viene dunque pagato, come ora, in base alla bid fatta dall’inserzionista sulla keyword. In tal modo, ciò che normalmente sarebbe un costoso “pay per action” (p.es. acquisire la sottoscrizione a una newsletter) diventa un più accessibile “pay per click”.

C’è anche da aggiungere che Google ha pensato alla privacy dei dati eventualmente lasciati dagli utenti: email e numeri di telefono non vengono comunicati esplicitamente all’inserzionista, al quale, invece, Google invia degli “alias” di numeri e email che reinidirizzano a quelli veri.

Tutto ciò peraltro genera alcuni punti d’attenzione (molto meglio espressi in questo approfondito post di James Svoboda):

  • Reindirizzamento di Chiamate e Email – L’inserzionista dovrebbe gestire un follow up “intermediato” che può non corrispondere alle modalità con cui generalmente desidera sia condotta una campagna
  • Tipo di Offerta – Nello screenshot riportato sopra l’offerta è per la sottoscrizione di una Newsletter, ma la ricerca era per “logo design”. Se molti utenti sottoscrivono la newsletter invece che cliccare sul link e acquistare il servizio, la campagna potrebbe rivelarsi un flop nel senso che si potrebbero perdere numerose vendite potenziali.
  • User Experience di chi cerca – In molti casi l’utente potrebbe preferire approfondire meglio il servizio offerto piuttosto che lasciare il proprio indirizzo email basandosi solo sul testo dell’annuncio. Avendo però la scelta tra lasciare subito il proprio indirizzo email e cliccare sul link dell’annuncio, potrebbe non decidere di fare né l’uno né l’altro
  • Analytics – Nall’analisi dei referral, poiché la conversione non avviene sul sito ma direttamente nella SERP di Google, sarebbe impossibile attribuire la corretta provenienza del Lead generato e dunque confrontare la genesi di quel Lead in maniera omogenea a quelli generati in maniera tradizionale.

In conclusione, come per tutti i nuovi strumenti, non è detto che questa soluzione, qualora sarà disponibile anche in Italia, debba/possa essere adottata in tutti i casi. Sarà quindi utile, volta per volta, valutare per quali tipi di campagne adottarla, oppure, all’interno della stessa campagna SEM, applicarla solo su alcune keyword.

Cosa ne pensate, una vera opportunità o solo un altro modo di Google per fare più soldi?

Perché Pinterest potrebbe essere interessante per il vostro business

Infografica su Pinterest
Infografica di Pinterest da Monetate

Nelle ultime due settimane, in tutto il mondo, si è parlato tantissimo di Pinterest.

Anche in Italia un sacco di gente, soprattutto gente “normale” (molto meno, sorprendentemente, gente addetta ai lavori) si è iscritta al servizio.

Stando a Biz Report nuove statistiche (americane) rivelano che Pinterest sta salendo nella classifica di chi porta più referral traffic (3,6%), come Twitter e più  di YouTube (1,05%), Reddit (0,83%) e Google+ (0,22%). V. anche l’infografica qui a fianco creata da Monetate

Ma cosa è  Pinterest ?!

E’ fondamentalmente una “bacheca sociale” (board) in cui organizzare in appositi board tematici, e poi condividere, qualunque pagina si trovi navigando su internet; basta che abbia un’immagine. Si possono seguire i board creati da altri, trovare amici che sono già qui o invitarne altri.

Recentemente, alcune aziende hanno iniziato ad usare Pinterest non solo per mostrare direttamente i propri prodotti o i propri servizi ma anche tutto ciò che  in qualche modo è ad essi correlato come modi d’uso dei prodotti, commenti degli utenti, performance di vendita, promozioni.

Ecco allora alcune semplici idee per portarsi avanti e iniziare a trarre benefici dall’utilizzo di questa nuova star del web:

  1. Creare board interessanti
    Esempio di organizzazione dei board tematici
    Esempio di organizzazione dei board tematici

    I board  tematici contengono immagini che rimandano a pagine specifiche del vostro sito. Ogni board può essere personalizzato con un titolo e va poi comunque associato ad una delle categorie standard. Tale libertà d’azione consente di presentare i contenuti in modo fantasioso e accattivante e, nello stesso tempo di essere facilemnte leggibile e interpretabile dall’utente. Come nell’esempio qui a fianco.

  2. Contenuti
    Esempio di contenuti diversi da un prodotto
    Esempio di contenuti diversi da un prodotto

    Questa è la parte divertente, non ci sono limiti. Tutto ciò che basta fare è inserire la URL di una pagina del proprio sito. Se è una pagina di prodotto l’effetto è immediato: apparirà la foto del prodotto linkata alla relativa pagina del vostro sito. Se offrite un servizio, non c’è problema: l’immagine che Pinterest cattura può essere qualunque icona, immagine, grafica, che voi stessi abbiate correlato al vostro servizio. Guardate in questo esempio il board “Siri comments”

  3. Condividete! – In un’apposita sezione di Pinterest, goodies, sono a disposizione bottoni da inserire sul proprio blog o sito per consentire di fare Pin facilmente (un po’ come il “Mi piace” di Facebook). Per esempio, WordPress l’ha già fatto: in fondo a questo post trovate il bottone Pin per condividerlo sui vostri board (fatelo mi raccomando!)
  4. Mashup – Utilizzare Facebook e Twitter per aumentare la diffusione del vostro Pin board è un’altra tattica utile. Pinterest vi consente di farlo in automatico collegando a un board il feed RSS dei vostri contenuti.
    Ma anche le vostre newsletter sono un veicolo perfetto: spingere il vostro recipient a condividere il contenuto della newsletter sul proprio Pin board vi consente di aumentarne l’effetto virale.